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Perditempo

hanno perso tempo qui in *loading*
martedì, 06 maggio 2008

“E' tutta una farsa.” Dice la parrucchiera.
E' maggio. Dopo maggio ci sarà giugno. E' tempo di matrimoni. Quella frase segue infatti un lungo resoconto dei matrimoni che saranno nel paese. Una parrucchiera fa le acconciature. Dove c'è un matrimonio c'è anche una parrucchiera.
“Io non ci credo, non ci credo per niente...”
“E ma quella ragazza ci ha ripensato per colpa della madre. Le diceva: e come fai poi, se succede qualcosa? A te cosa rimane?”
“Ma figuriamoci, io sono uno spirito libero. Se rimango da sola e senza niente mi rimbocco le maniche e vado avanti. Che discorsi sono.”
E' separata la parrucchiera, ha cresciuto un figlio da sola. E anni addietro è stata al centro di uno dei più chiacchierati scandali di paese, tanto che ancora oggi c'è chi si ricorda di quella tresca con il farmacista.
Non ha avuto una vita felice, la parrucchiera. Le si legge nelle rughe di un viso che è ancora quello di una bella donna. Una volta, sapendo della mia professione, mi ha confidato che in certi periodi si è odiata, si faceva schifo. “Pensa, sono arrivata a sputarmi allo specchio.”
Io la stimo molto. E la capisco nel suo fare la donna forte anche se è o è stata a pezzi.
Vado da lei volentieri, quelle due volte all'anno che i miei capelli vedono una forbice. Mi chiede se sono fidanzata, se ho il ragazzo. Ma lo fa solo per fare conversazione, non per curiosità da gossip. E spera che dica no, per potermi a sua volta dire: Fai bene, fai bene, meglio sole. Non ti sposare, eh!
Quando me ne sto andando, ogni volta, mi chiede se il taglio va bene. Va benissimo, rispondo io. E lei sorride, contenta del suo lavoro.
E' lo stesso sorriso con cui parla del fatto che da un po' di tempo canta in un coro.
Si potesse saperlo in anticipo quali sono le cose che ci faranno felici.

postato da: MissBlum alle ore 21:59 | Permalink | commenti (16)
categoria:belle persone, piccole gioie
venerdì, 02 maggio 2008
Questa è una lettera d'amore. Nel senso letterale del termine, intesa nei riguardi della persona Wes Anderson e non solo del suo modo di fare cinema. Ma siccome non ce la sentiamo (noi pluralis maiestatis) di affrontare certi argomenti, è della seconda che ho detto che vi parlerò.
Wes Anderson descrive mondi surreali dove la surrealtà è data dalla distorsione del reale ad opera di lenti speciali. Lenti che io conosco molto bene, in cui mi rispecchio e che attraverso come fossero le mie. Perchè per quanto i personaggi dei suoi film siano lontani dalla mia vita è sempre fortissima la sensazione che io e la mia esistenza potremmo benissimo essere rappresentati insieme a loro. Sono personaggi buffi, comici ma profondamente malinconici. Persone dotate, speciali, che hanno avuto delle occasioni nella vita ma che a un certo punto inciampano nelle pieghe dell'esistenza con un ridicolo ma allo stesso tempo rovinoso capitombolo. Poi si rialzano intontiti dalla botta e sorpresi di quanto accaduto e incominciano a rimettere a posto i pezzi. A volte non ci riescono, a volte no. Ma le cose non tornano mai come prima e soprattutto i pezzi raccolti non sono la mera somma delle loro parti. Soprattutto, non manca mai la consapevolezza di quanto tutto sia tragicamente comico.
E' un mondo di ossimori, di risate con le lacrime quello dei film di Wes Anderson. E l'ossimoro è sempre stata la mia figura retorica preferita.
Così torno a scrivere di cinema dopo tante visioni passate sotto silenzio. Ed lo faccio per Il treno per Darjeeling. E' possibile innamorarsi di un film dalla prima scena? E' possibile. Bill Murray e Adrien Brody corrono per prendere al volo un treno. Adrien Brody ripreso mentre sale e al rallentatore volta il viso per poi entrare nel vagone. Musica di sottofondo che non ve lo sto a dire. Ed è amore (anche per Adrien Brody, il suo ciuffo e le sue gambette secche, intendiamoci, ma quello è un amore di lunga data e diversa natura).
Wes Anderson sa prendere un tema trito e ritrito come quello del viaggio per trasformarlo in qualcosa di suo, di non ancora visto, di bello. Sa prendere un set di valige firmate, farne metafora e non farlo sembrare banale o scontato. Riesce a farti volere bene a tutti i suoi protagonisti e a farti uscire dal cinema come da un mondo che, lo sai, ti mancherà: le faccine di tutti piene di espressività più che di parole, le nevrosi esacerbate, i legami affettivi raffazzonati (“Vi fidate di me?”), le ferite visibili e quelle invisibili, il dolore tangibile e i modi per calmarlo (“Facciamoci!”).
Io amo Wes Anderson. Amo i suoi film. Amo i suoi personaggi. Amo le sue riprese così centrate sugli stati emotivi delle persone. Amo le colonne sonore. Amo i colori. Amo il tragico e il comico che si mescolano e rimescolano senza soluzione di continuità.

Sono spudoratamente di parte. Non so se al vostro posto mi prenderei sul serio. Voi prendereste sul serio una persona innamorata?
postato da: MissBlum alle ore 14:09 | Permalink | commenti (28)
categoria:buone visioni
lunedì, 28 aprile 2008
O almeno  sono finte molte sue parti. O comunque, è stato un gioco divertente a farsi.
Kew Gardens è indubbiamente un set cinematografico. Con le sue villette a schiera, i giardini curati, le strade pulite, le panchine di legno, i pianoforte in bella mostra dietro le vetrate delle case, le serre che forse sono serre forse sono piscine al chiuso, i gatti randagi di razza.
Il Big Ben e il (London..emh) Tower Bridge sono evindentemente dei puzzles 3D della Ravensburger particolarmente curati nei dettagli e a grandezza naturale. Ho anche le prove. Fateci caso, se passate sul London Bridge: sotto l'asfalto si cela il legno. E che cosa credete che sia se non l'evidenza che sotto l'asfalto si celano enormi tessere di un puzzle?
Camden è un altro set cinematografico, ma in versione punk. Ci sono pure le comparse pagate!
La Torre di Londra è un enorme e particolarmente ben riuscito gioco della Play Mobil. Qui sono stati particolarmente bravi nella ricostruizione: c'è pure il fossato con l'acqua! Però la lucidità delle pietre e la pulizia dei muri li ha traditi.
La zona intorno a Saint Paul's è evidentemente una scena di Second Life. Mancano ancora gli omini che gesticolan senza senso.
Infine il centro (Piccadilly, Trafalgar, Soho, Chinatown) è, come tutti sanno, un videogioco. Passeggiate per il centro e vi aspettate che da un momento all'altro vi tocchi rubare una macchina e iniziare scorribande all'insegna dell'illegalità per la città.

Poi uno dice che la globalizzazione non esiste.
Passo e chiudo.
postato da: MissBlum alle ore 22:22 | Permalink | commenti (15)
categoria:deliri quotidiani
martedì, 15 aprile 2008
Se uno ci pensa, non ci può credere. (cit.)

Progetti e riflessioni per il futuro prossimo.

  • Ricordarsi che mai mai mai, per nessuna ragione al mondo, dovrò vedere un telegiornale nei prossimo due mesi (minimo) senza previa assunzione di massicce dosi di maalox plus.
  • Sarà il mio primo 25 aprile passato in un paese straniero. E' una casualità strana e curiosa, questa di questo ponte da tempo progettato e ora quanto mai ironico nel suo profilarsi. Perchè il 25 aprile è la mia ricorrenza preferita, la mia vera giornata della memoria. Il 25 aprile è oggi come ieri la resistenza, la libertà, i valori in cui credo e che mio nonno a 18 anni ha combattuto per me. E quest'anno che tutto va a schifio peggio che ai vecchi e brutti tempi io me ne vado.
  • L'album dei Gutter Twins è una roba, ma una roba... E quanto è sexy la voce di Mark Lanegan? (Che io lo sapevo già, ho un debole per le voci così io, ma faceva simpatia condividerlo.)
  • Gone Baby Gone è una mazzata pesa ma che così pesa non me lo aspettavo. Mi ha fatto stare peggio di Lady Vendetta. E ho detto tutto. Però bello bello. Lo dicono tutti e lo dico anche io: non me lo aspettavo. Io sono quella che quando avevo saputo che Ben Affleck era cosceneggiatore di Will Hunting non ci avevo voluto credere. Miscredente.
  • La primavera già lo sapeva del tradimento della Liguria e quest'anno non si è ancora decisa ad arrivare. Possiamo darle torto?
  • Ho rivisto Magnolia. Una valle di lacrime, come sempre. E ho visto per la prima volta Joint Security Area che è bellissimo. E' passato già del tempo e ancora ho negli occhi l'ultimo minuto del film. Entrambi consigliati per affrontare con rinnovato pessimismo il mondo che ci attende.
  • Hanno inventato dei nuovi chupa-chups formato mignon. Li vendono in pacchetti che ricordano quelli delle sigarette e come le attuali sigarette hanno degli slogan stampati. Come quelli antifumo del tipo: morirete tutti se fumate. Ecco, quelli lì. Solo che il pacchetto che ho io mi ammonisce in cotal maniera: "Chupar rilassa". Qualcuno dovrebbe spiegare ai pubblicitari delle chupa-chups che non c'era il bisogno di scrivere "succhiare rilassa" sulle scatole, dal momento che il doppiosenso sessuale è già insito al prodotto che vendono.
postato da: MissBlum alle ore 19:59 | Permalink | commenti (25)
categoria:fastidio, momento tristezza
sabato, 12 aprile 2008

“Quando arrivi sotto casa mi fai uno squillo sul cellulare, che non abbiamo il citofono, e ti scendo le chiavi.” “Nel senso che me le butti dalla finestra?” “No, nel senso che te le scendo con la canna da pesca.”
Questi gli accordi. La casa della mia amica è in pieno centro storico, nei vicoli e lei abita al quinto piano senza ascensore. Un quinto piano particolarmente impegnativo trattandosi di cinque piani di scalini alla genovese ripidissimi il cui marmo consumato da decenni di camminate si è fatto scivoloso e infido. Per questo lo stratagemma della canna da pesca.
Arrivo sotto il portone della casa, chiamo. Non risponde come da accordi. Mi sento chiamare. O almeno credo perchè qualcuno urla tre sillabe che potrebbero essere il mio nome. Alzo lo sguardo verso la strisciolina di cielo che si intravede in mezzo alle due pareti del vicolo che si innalzano sopra di me alla ricerca di una faccia amica. Ma niente, non vedo nemmeno una sagoma affacciata a una finestra. Non che sappia in quale finestra vedere, ma mi guardo in giro fiduciosa. Avrò capito male, penso. Faccio finta di niente e aspetto, cercando di assumere un’aria convinta di chi sa che cosa sta facendo lì. Sento di nuovo chiamare. Nuovamente alzo la testa. Niente. Penso che evidentemente non si tratti di me. Chiamano di nuovo. Nessuno di nuovo. Eccheccavolo. Provo a telefonare. Rispondono. “Hey, io ci sono. Ma mi vedi?” “Eh, come faccio a vederti? Ti mando le chiavi.”
In che senso come faccio a vederti? Mi chiedo perplessa. Alzo lo sguardo e capisco. Una canna da pesca sta spuntando da sopra il tetto. Ecco! L’appartamento della mia amica essendo nel sottotetto è arretrato rispetto al resto della casa, così la finestra da sotto non si vede!
Attaccate alla canna da pesca, delle chiavi che pian piano scendono. Sono a livello dell’ultimo piano. “Le prendi?” Mi viene chiesto. “Eh ma sono ancora alte!” Le chiavi continuano a scendere.
“Ok, le ho prese!”
Le chiavi sono due, ma solo una può entrare nella serratura. Provo a infilarla e faccio una gran fatica. Alla fine la chiave entra. Ma non gira. Tiro bene la porta ma niente, non gira. Armeggio per circa cinque minuti. Mi sento una scassinatrice. Ad un certo punto una mano afferra la maniglia del portone per darmi una mano. Mi giro: è un signore cinese basso e cicciottello. Intanto ritelefono alla mia amica. “C’è un segreto per aprire questa porta?” Nel mentre che parlo con la mia amica il signore cinese prende le chiavi e prova ad aprire: non gira. Me lo dice anche lui: Non gila, non gila! Nel frattempo non sono più al telefono, urlo da sotto: “Vedi che anche un signore qui dice che non gira!” E il signore cinese: Non gila, non gila! Salà la chiave sbagliata! La mia amica intanto mi urla qualcosa che non capisco: “Ma…marrone…sicura…” Non ce la posso fare a sentire lei che mi urla dal quinto piano, a cercare di aprire il portone e a dare retta al signore cinese tutto insieme.
La mia amica decide di passarmi un secondo mazzo di chiavi. Sempre con la canna da pesca. Stessa scena di prima: io con lo sguardo al cielo e una lenza che spunta dal tetto.
Il signore cinese intanto se ne va con una ragazza africana: parlano in modo buffo in una lingua che non conosco. Entrano nel portone di fronte. Non voglio sapere perchè un signore cinese aspettasse in un vicolo una giovane ragazza di colore. Stasera voglio pensare che quel tale signore fosse un bravo ometto.
Provo con la seconda chiave. Stessa fatica a farla entrare. E di nuovo non gira. Armeggio un po’. Ma non si smuove. Non accenna a voler girare. Chiamo un’altra volta la mia amica. “Senti, ma qui non gira di nuovo…” E lei: “ Ma sei al portone giusto?” “Certo” “Quello marrone?” “Marrone? Questo è verde…” “Ma amica, è il portone sbagliato!!”

postato da: MissBlum alle ore 00:34 | Permalink | commenti (14)
categoria:deliri quotidiani
sabato, 05 aprile 2008
Potrei parlarvi di Juno che ho visto ieri sera, potrei parlarvi di un paio di film che ho recuperato ultimamente e che faccio fatica a togliermi dalla testa, potrei continuare con la rubrichetta che le idee non mancano oppure potrei approfondire l’argomento Micheal Cera e i giovani uomini di oggi che leggendo qua e là recensioni sul film di cui poc’anzi ho sviluppato nella mia testa.
E invece no.
Cronaca differita ma partecipata di un pomeriggio da cattiva cattolica quale non sono (il non è riferito a cattolica, neanche a dirlo).
Sabato pomeriggio: ore con il bambino E. Già normalmente il sabato pomeriggio è abbastanza comico dal momento che il progetto riabilitativo del bimbo E., disabile, prevede momenti di socializzazione strutturata con i coetanei e il paesello in cui vivo come opzione offre solo l’ACR (azione-cattolica-ragazzi). Nemmeno gli scout. La triiistezza sociale. E così solitamente MissBlum passa i suoi ameni pomeriggi con un nugolo di ragazzini delle elementari e improbabili educatori estratti a sorte tra i genitori dei ragazzini (zitti tutti, che qui pare che gli educatori ACR siano una razza in estinzione…non speriamoci troppo).
Questo, solitamente.
Ma oggi all’ospizio delle suore c’era la festa per San Giuseppe. (Che per chi non lo sapesse, è il padre putativo di Gesù…io me lo devo ricordare sempre, che faccio confusione. Lo so, sono pessima.). E il bimbo E. l’aveva saputo. Dalla sua elementare quanto disarmante equazione: Festa=”patatini e oa-ola” ne è conseguita una improvvisa voglia di andare a tale festa, ignaro del fatto che nel mondo cattolico la sua equazione sia sostituita dalla nefanda Festa=messa. Epperò si tratta delle suore che la famiglia conosce e a cui la famiglia è legata perché gli hanno fatto catechismo e cose e non cose, alla fine si va alla festa per San Giuseppe.
MissBlum vince una messa. “Almeno mi pagano, pensa”, lei che mette i piedi in chiesa solo per i matrimoni e i funerali. E solo se particolarmente legata alle persone che sono oggetto di tali funzioni.
Scopro che la chiesa possiede praticamente tutta la montagna lato levante del mio paese, infatti l’ospizio si trova su un crinale lato mare, vista mozzafiato, verde a perdita d’occhio. Sti cazzi. Quando sarò vecchia e rincoglionita voglio andare anche io a vegetare là.
All’interno dell’ospizio, che più che altro dal di fuori sembra una villona genovese, c’è una piccola cappella evidentemente non prevista nell’originario progetto della casa. E’ tutto nuovo. Il che (chiesetta nuova-ospizio-suore) dovrebbe subito dare un’idea della tipologia di suppellettili presenti in quella stanza. Dietro all’altare spicca un quartetto di putti dorati fatti talmente male da sembrare di plastica. Le vetrate a mosaico ritraggono santi dalla faccia distorta non tanto dalle sofferenze del martirio quanto dalla cattiva mano del vetraiolo. Al posto dell’organo, una pianola bontempi. Cristo in croce sembra fatto con i pastelli a cera. Spero di aver reso l’idea.
Subito le suore ci mostrano la strada per la “tribuna”. Mi perplimo. Scopro che davvero c’è una piccola tribuna sopra la sala principale della cappella. Ma fa troppo caldo. C’è posto sotto, mi dicono. Io non ne avevo visto…sarà, mi dico. Scendiamo. E il posto effettivamente c’è. Ma in primissima fila, dove per altro non c’è nessuno. Ci sediamo e siamo solo il bambino E. ed io. Praticamente sopra l’altare, visto che la cappella è molto piccola, quindi in braccio al prete e all’aiuto prete. Due omaccioni da far impallidire i programmi di aiuti al terzo mondo. Io vorrei sparire. Il problema di una persona non credente cha va ad una messa è che non fa tutte le cose che gli altri fanno e sa che gli altri lo noteranno. Non si alza a tempo debito, non recita le preghiere, non si inginocchia al momento della benedizione dell’ostia, non ascolta manco per niente cosa viene detto dal prete. L'unica è sperare di nascondersi. Io, oltre a tutto ciò, mi guardo in giro sperduta e imbarazzata cercando di carpire gli sguardi altrui se va bene, o di far passare il tempo se va male e la situazione è particolarmente noiosa. Questa volta, in prima fila, con il prete e l’aiuto prete che non potevano non vedermi perché ero loro in braccio, la tensione si tagliava con il coltello (anche perché in quella posizione dovevo fare degli sforzi immani per evitare di sbadigliare in faccia a quei due). Sentivo tutti gli occhi puntati su di me. Ma dai, cosa vuoi che gliene importi, mi ripetevo. E mi ero quasi autoconvinta fino a quando, all’ultima preghiera, una suorina alla mia destra non mi ha passato con invidiabile savoir faire un libretto. Quelli con tutta la messa stampata sopra, per seguire meglio la funzione. Come a dire: figlia mia, fai un po’ qualcosa, almeno leggi questo. Sicuramente stasera avrà pregato anche per la mia anima perduta. Io che all’anima non ci credo.

La cosa positiva di stare un’ora fermi seduti (io non mi alzavo, ricordate?) a guardarsi in giro è il fatto di produrre una marea di pensieri. Per lo più vaccate, anche se non solo (rapporto vaccate-cose serie: 1:9)
Pensieri fatti da MissBlum:

  • Certo che ora le suore sono per lo più di extracomunitarie, o indiane o africane, solo le suore vecchie sono bianche. Notare questa cosa dovrebbe portarmi a fare serie considerazioni…ma non ora.
  • Azz, che baffoni che ha quella suora, è pure giovane! E io che credevo che fosse una diceria cattiva, quella delle suore baffute. Ma daiii, si vedono a dieci metri di distanza! Dovrebbero fare qualcosa però, così spaventano i bambini.
  • Cavolo, l’incenso (che essendo in braccio al prete mi veniva sparato nelle narici a costanza regolare e a intensità progressivamente crescente) delle chiese è molto migliore di quello che vendono i marocchini alle fiere di paese, chissà dove lo comprano. Mi dovrei informare. Umh, mi sa che però poi costa troppo. Ma lo venderanno anche ai non credenti? Mi sa di no…maledetta mafia cattolica dedita al traffico di incenso!
  • Certo che quei putti non si possono guardare. Ecco, so già che me li sognerò stanotte. La vendetta dei putti di plastica.
  • Come mai le suore del coro non riescono ad andare a tempo? Ma non si sono esercitate? Certo che sono buffe. Guarda quella che riprende la sorella che non va a tempo!
  • Oh ma l’aiuto prete si sta addormentando! Presto, che qualcuno faccia qualcosa, l’aiuto prete è lì svaccato sulla sedia con gli occhi chiusi!
  • Anvedi, la suora capo sta registrando la messa con un audioregistratore…quanto mi sono avanti queste suore!

E così via.
Dopo una estenuante ora la messa è finita. E finalmente è venuto il momento del buffet, che come previsto dall’equazione del bambino E. c’era davvero. I tramezzini erano buonissimi.

postato da: MissBlum alle ore 21:01 | Permalink | commenti (10)
categoria:deliri quotidiani
martedì, 01 aprile 2008
Potrei fare altro, ma sono pigra, svogliata e demotivata, quindi niente.

Rubrichina parte seconda.

Era il 1994. Per me, il tempo delle medie. Dannata festa delle medie! (cit)
Nelle radio impazzava un gruppo che di lì a poco avrebbe prodotto un altro dei miei tormentoni adolescenziali (e di un intera generazione di giocatori di play station mi sa…non che io lo sia, ma lo so lo stesso che era in quel dannato videogioco con il pallone) ma che allora se ne era uscito con un singolo che a me non piaceva e che a  sentirlo tutte quelle volte alla radio mi dava pure fastidio. Nel video c’era un giovanissimo Damon Albarn e a un certo punto inquadravano lo scivolo di un aquapark.
Nella tarda primavera di quell’anno una mia amica che faceva nuoto decise di portarmi con sé a una giornata di non ricordo cosa (qualche premiazione?) presso un aquapark qui vicino. Indubbiamente il più piccolo e sfigato d’Italia. Io però ero strafelice un po’ perché sfigato o no per me era una novità, un pò perché da sempre il mio elemento è stato l’acqua e quando da bambina/ragazzina c’era da andare a sguazzare ero sempre molto contenta.
Là però non conoscevo nessuno a parte la mia amica che si era scoperto avere grossi problemi con gli scivoli ad acqua. Vista la mia capacità tendente a meno infinito di farmi spontaneamente amici in contesti sociali allargati che mi ha accompagnato dall’infanzia alla soglia dell'età adulta, l’unica cosa che mi era restata da fare era farmi da sola gli scivoli. Perché nel frattempo io avevo scoperto che mi piacevano da matti. Me li sono fatta a ripetizione per tutto il giorno. Alla sera, prima di addormentarmi, potevo avvertire ancora quella sensazione come di precipitare. Un po’ quello che succede quando si passa tanto tempo a prendere le onde nel mare mosso. Alla sera ti senti ancora sballottare.

Quel giorno nella testa avevo questa canzone.



postato da: MissBlum alle ore 21:10 | Permalink | commenti (9)
categoria:rimembranze, tra una nota e laltra, my teen years
sabato, 29 marzo 2008
Stamane risveglio e colazione tragici: un canale di sky ha deciso di ripropormi, a distanza di qualcosa come 13 anni (ho controllato), il video di Mmmbop degli Hanson. Come se fosse una bella cosa da rievocare. Subito mi sono ricordata di quanto odiassi già allora (1994...che tristezza!) quel maledetto tormentone stupido e brutto a sentirsi. Non a caso il pensiero immediatamente successivo è stato: vedi MissBlum, che c'era un motivo se tu già allora non ascoltavi la radio (mtv nemmeno a parlarne, in casa mia non si riusciva a prendere, per fortuna o purtroppo) ma ti dedicavi ai vinili 70's dei tuoi genitori, vedi!?

Ma del periodo che ha corrisposto alla mia adolescenza (su per giù il lustro finale degli anni novanta, anno più anno meno) non tutto quello che ci propinavano era da buttare. E anche io ho avuto i miei tormentoni adolescenziali. Del resto, ognuno aveva i suoi. Per quella che era la mia amicona di gioventù si trattava dei Take That (sigh!), per me di altro.
E' di questo che si occupa la rubrichina di oggi. Rubrichina che dovrebbe constare di diverse puntate. Se non mi passa la voglia prima.

Il video di oggi riguarda una canzone che ho ascoltato centinaia di volte, ma proprio centinaia. Senza mai capirci una mazza. Solo anni dopo, vedendo il video (ricordate, non vedevo mtv...) e capendoci qualcosina in più di inglese, ho capito quanto fosse azzeccata per me quella canzone in quel preciso periodo della mia vita.


postato da: MissBlum alle ore 13:51 | Permalink | commenti (12)
categoria:rimembranze, tra una nota e laltra, my teen years
mercoledì, 19 marzo 2008

Come da richiesta. Per forza di cose, lo spaccato è parziale e svogliato. Procediamo.

L’arte del sogno (Michel Gondry)

Ovvero L’arte dei filmini. Il filmino è qualcosa che va oltre i concetti di sega mentale e di fantasticheria. Il filmino è la costruzione di un mondo parallelo che vive di vita propria e è alimentato in parte da spunti di vita reale ma in larga parte da desideri, sogni, speranze, ipotesi, paure. I miei filmini sono vere e proprie sceneggiature della vita secondo MissBlum, di quello che avrebbe potuto essere e di quello che potrà ancora essere. Ma anche no. Ben pochi sono i filmini che si sono avverati.
Sono una sceneggiatrice puntigliosa e precisa. Mi faccio da sola anche le scenografie e nel farle pongo massima attenzione ai dettagli. Non mi basta sapere dove un filmino potrebbe svolgersi. Devo anche sapere come le persone coinvolte sarebbero vestite in conseguenza della stagione che è; i posti o li conosco personalmente e allora me li immagino bene o se li invento creo complicati sistemi per rendere veritiero l’accaduto. I dialoghi sono sempre pensati alla virgola. Mi immagino le pause e quanto lunghe dovrebbero essere.
La dipendenza da filmini peggiora in certi periodi dell’anno e della vita ma sostanzialmente rimane una costante della mia esistenza. Ad ogni modo, i filmini non fanno bene alla salute.

Trilogia della vendetta (Park Chan-wook)

Succede che la vendetta non è mai quello che ti aspetti. Che la vita non è mai come la pianifichi. Si fanno errori, si valutano male le cose, si pensa di essere in un certo modo senza poi esserlo. E la rabbia covata rende la vendetta un piatto amaro.
E’ tempo di cambiare avatar.

I Goonies (Richard Donner)

Alla ricerca del tesoro dei pirati. Da bambina, il fantasticare su mappe del tesoro (e il costruirle bruciacchiandole con l’accendino “che fa antico” rischiando di dare fuoco alla cucina tutte le volte), su cunicoli sotto la scogliera, su tracobetti e trappole ingegnose e su avventure pronte per essere intraprese. Da grande, il saper coltivare i sogni e crederci e andare avanti nonostante la fatica. Ma rimpiangere la forza e la convinzione della bambina che ero.

Ragazze Interrotte (James Mangold)

Perché l’adolescenza è un periodo di merda. C’è altro da aggiungere?

L’ora di religione (Marco Bellocchio)

Ovvero la non credenza e il non rapporto con la fede. E la fatica dei compromessi.

Ogni cosa è illuminata (Liev Schreiber)

Le scatole della memoria. La necessità di ricordare, di conservare, di salvare. La paura di dimenticare e il dovere di non farlo.
Ho sempre sentito il dovere di ricordare, anche se con gli anni i particolari si perdono e la memoria fa quello che le pare.

In The Mood For Love (Wong Kar-Wai)

L’amore non detto, l’amore pensato. L’amore di sguardi e sospiri e senza parole. La fregatura dell’amore.

 
postato da: MissBlum alle ore 22:47 | Permalink | commenti (21)
categoria:buone visioni, missblum
lunedì, 17 marzo 2008
MissBlum apre Metro tutte le mattine solo per leggere le (dis)avventure del suo gatto preferito. L'intelligentissimo e cattivissimo Bucky Katt.
Stamattina è stato grandioso.


Bucky Katt


postato da: MissBlum alle ore 23:13 | Permalink | commenti (8)
categoria:piccole gioie
venerdì, 14 marzo 2008

Stanca salgo sulla corriera, quella giusta, con un’idea abbastanza precisa di come vorrei passare i 40 minuti che mi aspettano. La corriera giusta è quella della linea S, la litoranea. All’ora in cui torno a casa, di questa stagione, il sole tramonta e con la giornata grondante sole come quella appena finita il mare e il cielo saranno impedibili. Con me, un libro ben avviato. Eufemismo per dire che sono nella fase in cui ogni pagina scivola via e rincorre le altre. Mi posiziono strategicamente dal finestrino lato mare. Mi aspettano 40 minuti di mare, lettura e luce del tramonto. Mi sento già una persona quasi felice.
Ma ecco che sale l’omino della corriera. L’omino della corriera è un ragazzo che da qualche mese a questa parte ogni tanto incontro sulla corriera (appunto). L’omino della corriera non solo evidentemente mi trova una piacevole compagnia, ma altrettanto evidentemente pensa che la cosa sia reciproca o almeno si comporta come se così fosse. Purtroppo l’omino della corriera solitamente mi tedia per tutto il tragitto con argomenti per me di scarso interesse ma, soprattutto, è evidentemente una persona con cui la sottoscritta non ha nulla a che spartire. Non che sia una cattiva persona o che sia un deficiente o che. Però si vive su mondi totalmente diversi, quando esprime opinioni sul mondo e sulla vita mi è chiaro. Non è nemmeno una questione di "cosa" ma di "come". La faccenda però non deve risultare chiara a lui, dal momento che mi parla come se io lo capissi e condividessi ciò che dice.
Nel vederlo arrivare faccio di tutto per non farmi vedere, nascondendomi goffamente dietro a un sedile. Ma mi becca lo stesso. Accidenti! I miei progetti di viaggio svaniscono. Perché ovviamente mi si siede vicino e inizia a parlarmi. Io malcelo un tangibile fastidio, mi rendo conto di essere acidissima, tanto che a un certo punto mi chiede cosa c’è e io mento spudoratamente dicendo che sono stanca.
Visto che sa del mio interesse per il cinema, anche questa volta l’argomento esce. Purtroppo. Io ho provato a dirgli che non è il caso, vista l’evidente differenza di filosofie in merito. Lui sostiene di andare al cinema solo per la compagnia, non importa quale film. Io sostengo che per martellarti le palle due ore al cinema a vedere un film che non ti piace, scelto da altri, meglio fare altro. Fatto sta che a un certo punto mi parla di un film che ha visto, che gli ha fatto schifissimo e secondo lui è uno dei film peggiori della storia del cinema. Si scopre che tale film sarebbe I figli degli uomini, tra l’altro da me recentemente visto e apprezzato. Le motivazioni addotte per il di lui schifo sono: a) è un film economico, si svolge quasi tutto dentro una stanza (ah sì? Ma sicuro che sia lo stesso film?) b) c’è un solo attore famoso, Michael Cane (ah sì? E Clive Owen? Clive Owen si scopre che “lo conosci solo tu”) c) la storia fa schifo (quella stupida della PD James! Ma mi sa che non lo sa...).
Io mi soffermo sui primi due sostenendo che anche a voler ammettere tali critiche come sensate (cosa di cui dubito, ma va beh), comunque non sono certo indici di bontà di un film. Anzi, se un film riesce bene con poco dispendio di mezzi e soldi e senza l’impiego di attori hollywoodiani famosi, ben venga. A questo punto della discussione il mio livello di fastidio al pensiero del libro che ho dovuto lasciare in borsa e al tramonto che mi sono persa è al culmine. Di fronte all’affermazione “E’ un film fatto di merda” dopo che poco prima mi ha tessuto un minimo di lodi nei confronti del film di Verdone appena uscito (sic!) desidero con tutta me stessa di arrivare presto a casa. Cito la questione dei piani sequenza del film che, insomma, falli te allora, ma sbaglio clamorosamente perché l’omino evidentemente ignora quello di cui sto parlando e mi fa “Eh va beh, e allora?” con tono arrogante. E io che in tale discussione non volevo nemmeno invischiarmi. Volevo solo leggere in pace.
Finalmente arrivo alla mia fermata e lo saluto. Lui ricambia. “Ciao Bimba!”. Ma Bimba a chi?


Ma che ho fatto di male io?

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categoria:fastidio
domenica, 09 marzo 2008

Sulle note di You can’t always get what you want, una suora fa un pompino a David Duchovny. Sull'altare. Di fronte a un crocifisso.
Inizia così Californication, ieri al suo esordio italiano su uno dei canali di sky tra i più sfigati in assoluto: è stato amore a prima vista. Voi tutti comprenderete il perché.
La sola idea di un telefilm in cui David Duchovny non faccia altro che sesso ha risvegliato in me l’adolescente innamorata di Fox Mulder che fu. Nove stagioni di patemi e patimenti, di sofferenza su quella dannata storia d’amore platonico tra Mulder e Scully e con uno dei finali più pigliaperculisti che la storia della televisione ricordi.
Per chi non lo ricordasse, rimembriamo.
Mulder e Scully flirtano simpaticamente per un sacco di stagioni. Tutto il mondo aspetta che scatti la scintilla e io confesso di averlo seguito fino alla fine unicamente per questo aspetto della storia dal momento che, diciamocelo, le ultime serie facevano abbastanza schifio. Fatto sta che a un certo punto, inaspettatamente, Scully, che tutti credevano sterile, rimane incinta per opera dello spirito santo. E chi ha mai visto X-Files sa che lì per spirito santo si intendevano gli alieni che tutto potevano e tutto sapevano. Scully incinta degli alieni. Anvedi.
Poi il bambino nasce, in una puntata che sembra una rappresentazione della natività di Gesù. Comunque il bambino nasce e non ha nulla di divino né di alieno. E’ un bambino umano, troppo umano. E allora: sorpresona! Mulder e Scully si guardano ammiccanti, con lo sguardo di chi ha capito. Vuoi vedere che quella volta che abbiamo trombato sei rimasta incinta? Come come? E quando avrebbero trombato? Chi c’era? Vogliamo i testimoni! E quegli infami non ci degnano nemmeno di un flashback, di qualche fotogramma che testimoni quanto successo. A quei dannati sceneggiatori non l’ho ancora perdonata. Infami.
Memore di questo pacco colossale, ho salutato l’arrivo di questo nuovo telefilm con gaudio e giubilo. Se poi manterrà quello che questo primo episodio ha promesso (perchè non finisce mica lì con quella cosa che vi ho citato!), Californication potrebbe benissimo essere candidato a (e qui la sparo grossa) miglior telefilm di sempre.


Per darsi a giochini stupidi, la mia classifica dei peggiori pacchi di fine serie televisiva (con annesso sputtanamento, mio, ovviamente):

Sono serie vecchie, finite da tempo, ad ogni modo, per chi ancora non le avesse viste, spoiler a manetta.

5- Willy Il Principe di Bel Air
In questa posizione avrebbe potuto benissimo esserci Friends, se non fosse che in quel caso almeno Rachel e Ross si rimettono insieme. Ossia: ma perché per far finire un telefilm devono per forza lasciarsi tutti? Perché devono far vedere stanze vuote, pacchi e gente commossa? Perché tutta questa tristezza? Quando io ho visto l’ultima puntata di Willy ero ancora piccolina e ci rimasi malissimo. Ho ancora in mente l’ultima scena, con lui che spegne per sempre l’interruttore di casa Banks.

4- Dawson’s Creek
Fastidio per il peggior esempio di conformismo che viene fatto uscire dalla porta per rientrare subdolamente dalla finestra. E quindi via libera alla coppietta gay che si ama e si dichiara alla piccola cittadina bigotta, che fa molto politically correct, ma morte assicurata per l’unico personaggio davvero sessualmente trasgressivo della stagione, guarda caso una donna, la prima ad aver fatto sesso nella serie (addirittura prima che la serie fosse iniziata) e per giunta ragazza madre. Maledetti conservatori americani.
(Che poi della vittoria di Pacey su quel mollacchione di Dawson tutti ne abbiamo gioito, quella è un’altra storia.)

3- Buffy L’ammazzavampiri
Qui non so davvero da dove cominciare. Per andare dritto al sodo: la scena di Spike che si immola per Buffy e lei che nemmeno ricambia il suo amore (dopo averlo però sfruttato sessualmente per almeno una serie intera, e che sfruttamento!). Sono cose che non si fanno. Che cosa gli costava dare un contentino agli spettatori?

2- X-Files
Vedi sopra. Ma anche tutta la questione della serie in cui Mulder non c’era. Ora ditemi che senso ha avuto fare X-Files senza Mulder. Uno spreco di soldi e di denaro. Ecco.

1- Ally McBeal
Ally finisce ragazza madre sola e triste. Ripeto: sola e triste, dopo che l’amore della sua vita l’ha drasticamente e irrimediabilmente lasciata. Il peggior finale di serie tv mai visto. Che posso capire che sia single. Ma perché triste? Perché disperata? E poi, tra tutti i bei attori che ci sono a Hollywood: perché scomodare Bon Jovi? E perché fargli fare un personaggio così inutile? E quella storia dell’ovulo donato? Ma che cosa avevano bevuto gli sceneggiatori? L’ultima serie di Ally McBeal è un grosso grossissimo pacco. Meno male che c’è la penultima e ricordarci che esistono cose per cui valga la pena vivere. E se sei donna e mi stai leggendo, sai che sto parlando di Robert Downey Jr.

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categoria:buone visioni
mercoledì, 05 marzo 2008

Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, cicciottosa e scapigliata promessa mantenuta del post-post-post modernismo made in USA già nel titolo fa sperare molto bene (ancora di più se ci riferiamo al titolo originale, che ha una sfumatura parecchio diversa: A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again).
Lo diciamo subito: Una cosa divertente (per gli amici) fa ridere. Un libro sul non-divertimento tipico dei posti atti al divertimento non può che far ridere, no? Ha fatto ridere la sottoscritta sia in una corriera affollata sia nel suo letto nelle peggiori condizioni fisio-vegetative (quali solo possono essere la mattina presto e la sera tardi) il che è abbastanza significativo del fatto che questo libercolino faccia ridere tout court, a prescindere dalle condizioni di contesto. E questo perchè oltre che un bravo scrittore, il caro David deve essere anche una persona davvero davvero simpatica. Ci narra le sue disavventure su una crociera extra-lusso nei Carabi in modo così divertente e coinvolgente che è davvero difficile non formulare il desiderio di avere almeno una volta nella vita un compagno di viaggio del genere.
Ma i livelli di lettura di questo manualetto di sopravvivenza al mondo del Divertimento Organizzato sono (che ve lo dico a fa!) molteplici.
Oltre al livello del divertimento (nostro) e del non divertimento (suo) “assoluto”, c’è il livello di empatia con il protagonista-scrittore. E qui è anche una questione di esperienze personali dal momento che nello specifico la sottoscritta empatizza enormemente con il disagio e il fastidio e la voglia di scappare che certe situazioni di Divertimento Obbligatorio di Gruppo elicitano in certe persone neanche si trattasse di riflessi condizionati tramite scossa. L’imbarazzo di trovarsi a una serata con l'abbigliamento sbagliato, la tendenza socio-fobica di fronte a centinaia di turisti in gregge, la perplessità di fronte a certe manifestazioni dell’umanità in vacanza non mi sono mai sembrate così familiari. Ed è a questo punto che scatta un secondo pensiero: ma io quest’uomo lo voglio come amico, non solo come compagno di viaggio! Presentatemelo!
Però, dietro a tutto questo (dentro, intorno, di lato, dappertutto) c’è la capacità di DFW di leggere la complessità del reale attraverso lenti tutte sue, perché che una crociera possa essere vista come metafora del mondo in cui viviamo non è poi questa gran idea fresca e nuova. Ma lui lo fa partendo dal particolare, sminuzzando le realtà in microparticelle monadicamente bastanti a se stesse, circolarmente chiuse nel loro significato. Tali microsezioni di realtà, però, una volta viste nel loro insieme incutono un senso di oppressione e di pesantezza, restituendo un panorama desolante e angoscioso.
Ed è l’angoscia del nulla sotto vuoto spinto. 

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categoria:e dai leggete un pò
martedì, 04 marzo 2008

C’è che io sono una gran testa di cazzo. E utilizzo testa di cazzo in quanto sinonimo di persona con ancora un po’ di valori (ma proprio un minimo) e ancora un po’ di dignità (anche quella, in uno stadio avanzato di decomposizione).
Io ho questa pervicace idea che le cose debbano essere meritate, che se si hanno le capacità in qualche modo si debba riuscire a farsi strada nella direzione che si vorrebbe, che la competenza non può che emergere, prima o poi. (Già, prima o poi, ma andiamo avanti.)
O almeno, più realisticamente, ho una certa idea che se proprio il mondo deve avere leggi tutte sue, io no. Io ce la posso e ce la devo fare. E non tanto perché io sia migliore degli altri, ma perché a me da fastidio farmi raccomandare (perchè è di questo che stiamo parlando e ho abbondato apposta con i pronomi personali). Mi-da-fastidio.
Così succede che devo obbligatoriamente (per motivi di formazione) trovare uno straccio di posto dove andare a lavorare gratuitamente. Mi metto per tempo a cercare. Faccio tante di quelle telefonate che non ve lo sto nemmeno a dire. Faccio colloqui in posti diversi. La cosa va avanti mesi. Una fatica, una graaaaaaaaaan fatica. Finchè esaurisco le alternative possibili. E a questo punto lo devo fare, non ho scelta, devo chiamare quel posto, quello lì dove lavora una mia amica. Chiamo un giorno in sordina, facendo finta di niente, senza dirlo a nessuno. Chiedo della responsabile. Mi dicono: ok, un attimo. Io già contenta di avercela fatta, magari la mia amica nemmeno c’è, lì proprio quel giorno e a quell’ora.
“Eh, pronto, chiamo per un tirocinio, sono…”
“Ah, ma sei tu? Sono io, …”

La mia amica. Accidenti! Ma non dovevano passarmi la responsabile?
“Sai, stavo già per farti il discorso che non abbiamo posti, che potevi richiamare a settembre, ma se sei tu vedo di combinarti un colloquio, ok? Anche se lo so che ti scoccia, che parli per te.”
Lo sa sì, ne avevamo anche parlato, di queste situazioni, ma che cosa dovevo dire?
“Eh…sì…vedi tu.”
Sono andata oggi, al “colloquio”. Dove colloquio è una parola grossa dal momento che dopo mesi di fatica (colloqui andati a vuoto, telefonate rimbalzate, posti da mesi esauriti…) tutto diventa improvvisamente facile. Tutti in questo posto sono cordiali con me, la responsabile scherza e ride e mi promette che già giovedì porta i miei moduli al gran capo per farli firmare (speriamo non faccia problemi! Ultimamente fanno qualche storia…eccallà, la sfiga in agguato anche qui…mi fa stare quasi meglio), vengo già inserita in alcune attività (sai, devo segnarti il prima possibile, che qui funziona che chi va a Roma perde la poltrona) e io mi sento già quasi a casa.
Ma davvero non mi riesce di essere contenta. Questa è la cronaca di una sconfitta. Della sconfitta di un intero sistema. E in prima persona, è una mia sconfitta.

postato da: MissBlum alle ore 21:29 | Permalink | commenti (13)
categoria:fastidio
domenica, 02 marzo 2008
 
Nuova Collezione


Sulla tastiera, un vecchio volantino di un festival di poesia, sopravvissuto al repulisti di qualche giorno fa.



E' questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d'esser fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E' questo che ti lascio.


postato da: MissBlum alle ore 18:56 | Permalink | commenti (24)
categoria:buone nuove