IL PAESE DELLE TESTE DI CAZZO
Il vento fa il suo giro è la storia di un paesino abitato da immani teste di cazzo. A un certo punto un foresto arriva a turbare la quiete di suddetto paesino. Sarà lui a rompere l'incantesimo maledetto che vuole questo paesino abitato solo da teste di cazzo? Ma certo che no. Anche il foresto è una testa di cazzo. E gli abitanti del borghetto, da brave teste di cazzo quali sono, invece di festeggiare l'avvento di un loro consimile, decidono di fargli la guèra.
Scherzo.
Mi sono fatta un giretto e pare che Il vento fa il suo giro sia piaciuto a tutti tuttissimi. A me no, ecco. L'ho detto. Cioè, non è che non mi sia piaciuto per niente niente. Mi rendo conto che proprio quello che a molti è garbato è ciò che a me ha dato più fastidio. Quel suo essere sulla linea di confine tra realismo e grottesco stereotipato senza mai prendere una decisione. Nè film realista (i personaggi sono troppo stereotipati: c'è lo scemo del villaggio, c'è il sindaco bonaccione, c'è la vecchiaccia isterica, c'è il tombeur de femmes, c'è il foresto fricchettone, c'è la moglie del foresto carina e gentile etc etc) nè thrillerone morboso, nè tantomeno grottesca parodia. Ma, giuro, fino alla fine lo si è guardato con speranza. Però. Però c'è quel finale. Il finale è brutto. E' brutto a livello teorico, come modalità di concludere il film. E' brutto nella messa in scena, con quel discorso in chiesa che non ci volevo credere.
Lo dico? Lo dico. Io volevo un finale alla Hot Fuzz.
Però io quel paesino lo voglio andare a visitare, è meraviglioso. E poi è nella valle dove andavo a fare i campi estivi da bambina. Oooohhhh.
NON E' UN PAESE PER VECCHINE ARZILLE E SESSUALMENTE ATTIVE
Titoletto telefonato e scontato. Lo so. Ma non ho resistito.
Quello che sorprende e incanta di Pranzo di ferragosto è come riesca a trattare un tema triste e doloroso come quello degli anziani scarrozzati, sbolognati e affidati alle badanti. L'Italia è un paese di vecchi tanto che ormai la loro "sistemazione" è diventata una vera e propria emergenza sociale. Ma l'Italia non è un paese per vecchi, non è affatto a misura di vecchio.
Di Gregorio riesce a presentarci un gruppo di vecchine "tipiche", quasi banali nel loro essere realisticamente vecchie, a farcele amare e a farci ridere con loro. La vecchiaia è rughe, è memoria che ritorna al passato in modo ricorrente ma che difetta nel presente, è una lista di medicine da prendere, è nostalgia e solitudine, è noia, è un piatto di pasta al forno cucinato a regola d'arte (Zia Maria è la mia preferita), è voglia di scappare, è fame (di cibi proibiti, di affetto, di risate), è diffidenza verso il mondo esterno, è ricerca del conosciuto e dell'abitudine, è voglia di fare i capricci.
La vecchiaia può essere tutto questo e molto altro. Per una volta è stata un film che fa ridere e fa bene al cuore.